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    Nutria mannara L'avatar di Jefri
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    [articolo] GUIDA COMPLETA-La coltivazione delle piante in acquario

    LA COLTIVAZIONE DELLE PIANTE IN ACQUARIO

    1) INTRODUZIONE
    2)TIPOLOGIE DI PIANTE E LORO POTATURA
    3) SCEGLIERE E DOSARE LA GIUSTA ILLUMINAZIONE
    4) I NUTRIENTI DELLE PIANTE. MACRO E MICRO ELEMENTI, LUCE E CARBONIO
    5) ALGHE E PIANTE. COMMENSALI ALLO STESSO TAVOLO
    6) I FONDI
    7) GLI ALLELOPATICI
    8) QUANTITA' DI CORRENTE IN VASCA E FILTRO. FATTORI MECCANICI NON SECONDARI
    9) PIANTE PER BIOTOPO. HA SENSO PARLARNE?
    10) CONCLUSIONI


    1) INTRODUZIONE

    E’ difficile non rimanere meravigliati di fronte ad un acquario olandese tenuto in modo impeccabile, o alla vista di una vasca estremamente spinta come un iwagumi realizzato secondo la filosofia zen, la sezione aurea e l’occhio fotografico dei più grandi acquascapers che il nostro hobby vanta. Un acquario dedicato alle piante ha la capacità di colpire l’immaginario come pochi altri “stili”, dal neofita fino all’appassionato più rigoroso. Una foresta sommersa ci fa viaggiare con la mente e riesce a donare una gran pace in chi la osserva.
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    Ma come nasce l’idea di coltivare delle piante in acquario? Superare quella barriera invalicabile fra la terra e l’acqua che presenta spesso non poche problematiche.

    L’allevamento di specie acquatiche animali e vegetali, in cattività, ha origini antichissime. Le prime testimonianze risalgono a più di 2000 anni fa, in estremo oriente e in mesopotamia, dove, però, l’unico scopo era quello alimentare e le piante fungevano unicamente da supporto per la vita dei pesci. Per avere i primi veri acquari, con tanto di dotazione tecnica, bisognerà aspettare i secoli XVIII e XIX dove, specialmente in Germania, comincia a svilupparsi questo particolare hobby. Le prime rudimentali dotazioni tecniche si affacciano sul mercato e, nei primi decenni del secolo scorso, si comincia a praticare l’allevamento selettivo di piante e pesci a puro scopo ornamentale.
    Una intensa attività in merito si riscontra principalmente in Olanda, storicamente luogo di contatto fra terra e mare, e con grande esperienza nella coltivazione intensiva di piante. Vero volano che fece decollare l’acquario di piante fu la nascita della NBAT (Nederlandse Bond Aqua Terra) nel 1930. Questa associazione raccoglieva (e raccoglie) numerosi appassionati che si cimentavano nelle prime gare del novello acquascaping, non solo con finalità di vittoria ma anche per migliorare ed espandere la cultura della coltivazione delle piante. Compito dei giudici era, ovviamente, stilare una classifica ed eleggere un vincitore, ma anche di consigliare e migliorare le vasche degli appassionati.
    Caratteristica principale di un “acquario olandese” è quella di avere come primo obiettivo la rigogliosa crescita vegetale, con interesse poco o nullo rispetto all’allevamento di specie animali. Un olandese che si rispetti sarà, principalmente, un giardino sommerso, con piante a stelo interrate fin dai primi centimetri di vasca e che si sviluppano fino alla superficie e un filtro sottodimensionato, privo di parte biologica.
    In quegli anni sul mercato verranno presentati oggetti come il cavetto riscaldante e la bombola di CO2 (che altro non era l’apparecchiatura per il Seltz). Agli inizi degli anni ’70 si assistì ad un vero e proprio boom in nord Europa, con le prime pubblicazioni della rivista “Aquarium” e la collaborazione di Arend van den Nieuwenhuizen, fotografo, naturalista e acquariofilo olandese.

    Nei primi anni ’90 compare sulla scena internazionale un altro fotografo e naturalista giapponese: Takashi Amano. Da quel momento in poi il mondo degli acquari di piante verrà totalmente stravolto e non sarà più lo stesso, adottando nuove tecniche e prospettive per mettere definitivamente la parola fine al concetto di acquario olandese, rimasto ormai scelta solo di pochi appassionati distanziatisi dal circuito commerciale. Amano rivede totalmente i canoni estetici che avevano dominato la scena internazionale. Perfetta coniugazione tra oriente e occidente, Takashi Amano sposa la filosofia zen con il concetto greco di sezione aurea, il tutto supportato da un occhio fotografico degno dei più grandi artisti. Se da una parte avevamo l’esasperato bisogno di “pieno”, un horror vacui acquariofilo, con l’acquario zen gli spazi vuoti diventano perfetto bilanciamento dei pieni, per creare un’armonia unica nel suo genere.

    Qualunque sia la nostra aspirazione le piante in un acquario svolgono un ruolo fondamentale nel rimuovere nutrienti e nel mantenere stabile l’equilibrio biologico. Sia che decidiamo di coltivare intensamente le specie vegetali, sia che le utilizziamo solo come “contorno”, il loro mantenimento spesso risulta laborioso e difficile al neofita. Si legge spesso di persone che decidono di tenere solo piante di plastica perché più facili. Nulla di più falso. Coltivare della vegetazione può essere estremamente appagante dal punto di vista estetico e non, ma impone delle conoscenze imprescindibili che un bravo acquariofilo dovrebbe sapere. Scegliamo la vegetazione in base allo scopo, al tempo e al denaro che vogliamo dedicare e i risultati non tarderanno ad arrivare.


    2) TIPOLOGIE DI PIANTE E LORO POTATURA

    Le piante da acquario vengono suddivise in base a come si sviluppa il fusto. Saper riconoscere la tipologia di pianta ci permetterà di gestirla nel modo più corretto, dalla messa in terra alla potatura.

    Stelo: Le piante cosiddette “a stelo” presentano un unico fusto, da cui si dipartono numerose e fitte foglie. Alternanthera, Ludwigia e Hygrophila sono esempi di questa categoria che, piantate in fitti cespugli, creano un’immagine molto suggestiva. Questa tipologia di piante presenta spesso una crescita molto veloce che, a seconda delle condizioni di allevamento, può diventare letteralmente invadente. Chi possiede plantacquari spinti può veder crescere i suoi fusti anche di diversi centimetri al giorno. Le piante a stelo vengono potate in apice, tra un internodo e l’altro (lo spazio del gambo tra due foglie) o, all’occorrenza, recise alla base e ripiantate.
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    Rosetta: Le foglie partono da un unico germoglio, formando una spessa rosetta. Classici rappresentati di questa tipologia sono i generi Echinodorus spp. e Cryptocoryne spp. Assicuriamo a queste piante un fondo particolarmente ricco di nutrienti, poiché trarranno nutrimento principalmente dal loro fitto apparato radicale. La potatura si effettua recidendo alla base le foglie vecchie/danneggiate/troppo cresciute.
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    Rizoma: Il rizoma è una spessa struttura, simile ad una radice, da cui dipartono foglie e radici. I rizomi sono steli inspessiti. E’ importante che il rizoma non venga interrato ma che resti fuori dal terriccio, altrimenti la pianta tende a morire sul lungo periodo. Bolbitis, Anubias e Microsorum sono tra le più famose piante con rizoma, e il luogo più adatto a farle crescere è ancorandole a legni o sassi. Specie tendenzialmente eliofobe che mal sopportano le luci forti e che, se poste sotto potenti illuminazioni, tendono a riempirsi di alghe. Non facciamo però l’errore di considerare che queste specie non possano stare anche in plantacquari spinti, basta posizionarle sotto altre piante o in zone più ombreggiate. Con un buon apporto di CO2 e fertilizzanti avranno sicuramente una crescita più rapida e vigorosa (consideriamo la loro natura principalmente semi-emersa, con la disponibilità di scorte infinite di CO2 atmosferica, quindi in forma sommersa presenteranno una crescita ridotta). La potatura si effettua come nelle piante a rosetta, recidendo le foglie alla base ma senza toccare il rizoma.

    Stoloni: In questa categoria possiamo racchiudere diverse piante. La loro caratteristica principale è quella di emettere stoloni, piante secondarie che originano da una struttura emessa dalla pianta. La più conosciuta è la Vallisneria spp., la quale produce diversi stoloni riempiendo in poco tempo ampie superfici se sottoposta alle giuste condizioni di luce e fertilizzanti. Helanthium, Lilaeopsis e Eleocharis sono tutte piante stolonanti. Queste ultime ben si prestano ad essere piantate sul primo piano della vasca, creando fitti cespugli. La potatura si esegue a seconda della pianta: rimuovendo alla base la foglia, sradicando totalmente la pianta o tosando il cespuglio come un prato d’erba.
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    Tubero/Bulbo: Queste piante presentano un grosso organo carnoso da cui dipartono foglie e radici. Questo organo non va mai interrato completamente ma lasciato sporgere per circa metà. Nymphea spp., Aponogeton spp., Crinum spp. sono tutte piante a bulbo. Si potano recidendo alla base le foglie.

    Galleggianti: Eichornia, Pista, Limnobium, Lemna sono piante galleggianti propriamente dette. Presentano un apparato fogliare emerso e delle radici sommerse, con lunghezza differente a seconda della specie. Grandi consumatrici di nutrienti sono ottime per ridurre grandi quantità di inquinanti, se sottoposte ad una buona luce. In vasche chiuse danno il meglio di loro, beneficiando dell’umidità presente. Si potano per semplice asportazione delle piante in eccesso. Anche il Ceratophyllum può essere considerata una pianta galleggiante, pur presentando una struttura a stelo. Esso vive in condizioni ottimali lasciato galleggiare sul pelo d’acqua.
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    3) SCEGLIERE E DOSARE LA GIUSTA ILLUMINAZIONE


    Riguardo le dotazioni tecniche rimando all’articolo sull’illuminotecnica in acquario. Qualsiasi tipologia di lampada andremo ad adottare il nostro scopo sarà univoco: la crescita rigogliosa delle piante. Se è vero che lampade come le HQI o i led sono, quasi esclusivamente, appannaggio di appassionati con esperienza alle spalle e voglia di sperimentare, i neon T5 offrono ancora un’ottimo risultato, sia in termini di resa ottica che di crescita vegetale. Vorrei innanzitutto chiarire alcuni dubbi riguardo il tanto discusso rapporto Watt/litro. Questo indice offre un termine di paragone non perfetto, ma rappresenta una discreta approssimazione. Esso si riferisce al wattaggio dei neon T5 sul litraggio lordo della vasca. Una vasca da 100 litri lordi con 100Watt di neon avrà un rapporto di 1W/L. Questo valore rappresenta un buon parco luci per una vasca, sufficiente a far crescere con soddisfazione molte specie esigenti. Ma se abbiamo una vasca molto profonda con poca superficie? Oppure una vasca bassa con una superficie molto ampia? Chiaramente si capisce che il solo rapporto W/L da solo non basta. Sarebbe, invece, più appropriato utilizzare i Watt/m^2, per sapere quanta luce effettivamente sto erogando sulla superficie. In realtà anche questo dato da solo serve relativamente, perché se il pelo d’acqua è ricchissimo di piante galleggianti e legni la luce che arriva sul fondo sarà limitata. Utilizziamo pure il W/L, ma siamo consapevoli di non utilizzarlo come dato assoluto.

    Le clorofille contenute nelle piante utilizzano, principalmente, le lunghezze d’onda nel rosso e nel blu. In realtà sono presenti altri tipi di pigmenti che, lavorando sinergicamente alle clorofille principali, riescono ad usare uno spettro molto più ampio della luce solare. Qui sotto uno schema che illustra quanto detto prima:
    Un buon parco luci dovrebbe comprendere diversi spettri di emissione e avere una temperatura di colore che va fra i 3000K e gli 8000K. Se la nostra plafoniera dispone di un solo tubo preferiamo temperature di colore intorno ai 5000-6500K. Più tubi potremmo inserire più potremmo ampliarci con lo spettro. Nel caso di quattro tubi la mia preferenza andrebbe su uno schema di questo tipo: 3000K-4500K-6000K-8000K. La tipologia dello spettro che andremo ad erogare non influenza solo la pura crescita, ma anche il colore e la grandezza delle foglie, la tendenza a crescere verso l’alto (spettro rosso) o ad avere un’andatura di tipo basso e strisciante (spettro blu).

    Una volta che la nostra vasca sarà maturata manteniamo circa 9-10 ore di luce al giorno. Con meno di 8 ore le piante faticheranno a portare a termine la fotosintesi e presenteranno una crescita stentata. Un rapporto di 0,5-0,6 W/L, circa, sarà più che ottimale per piante medio-facili e un dosaggio moderato di fertilizzanti. Se vogliamo cimentarci in una gestione più spinta potremmo pensare di dotarci di una plafoniera con diversi tubi T5 ad accensione separata. Facendo così possiamo impostare il fotoperiodo in modo da avere un picco centrale di luce. Disponendo di una plafoniera a 4 tubi opterei per uno schema del tipo: 3-3-3, ovvero 3 ore 2 tubi, 3 ore tutti e 4, le ultime 3 ore 2 tubi. Se vogliamo spingere ulteriormente possiamo pensare ad un 3-4-3, con 4 ore di picco centrale. L’utilizzo di un picco centrale di luce, sempre in un’ottica di gestioni spinte, permette alcuni vantaggi. Decidendo quando e come voler “dare il turbo” alle nostre piante possiamo scegliere il momento in cui fertilizzare. Ciò è molto importante, perché sfrutteremo il picco massimo di assorbimento della vegetazione, e possiamo somministrare fertilizzanti giornalieri e non settimanali. I primi sono molto più disponibili, venendo prontamente assorbiti e non restando in soluzione a tutto vantaggio delle alghe. Altro fattore importante è che il picco centrale determina lo “sprint” che vogliamo dare alle piante. Generalmente si utilizzano tre ore ma, i veri esperti, possono arrivare ad un massimo di 5-6 ore. Chiaramente una tale soluzione determina una crescita esplosiva delle piante, anche di diversi cm/giorno, ma che necessita di fertilizzazioni “da cavallo”.

    In alcuni testi, riguardo l’illuminazione di plantacquari, ci imbatteremo nella famosa “interruzione del fotoperiodo”. Considerato come una stupida moda da alcuni, priva di fondamento scientifico, in altri casi vi verrà spacciata come la panacea contro le proliferazioni algali. La maggior tesi portata a sostegno di questa pratica è che ai tropici, circa a metà giornata, un bel temporalone capita sempre. Se anche è vero che piove spesso, e che il flusso luminoso non è costante (nuvole, temporali, piogge ecc…), la quantità di emissione luminosa del sole non è nemmeno paragonabile alle illuminazioni casalinghe. Anche la più potente lampada che possiamo mettere raggiunge, si e no, la quantità di lux di un momento di nuvole intense. Ad ogni modo si dice che, così facendo, si favoriscono le piante rispetto alle alghe. Queste ultime, infatti, ci mettono un tempo maggiore a ristabilire il processo fotosintetico.

    A onor del vero la storia nasce più o meno così: un paio di decenni fa, circa, una grossa azienda tedesca ha cercato di emergere nel mercato, facendo concorrenza ad una più conosciuta marca compaesana del settore. Volendo sfondare nel mondo della coltivazione di piante acquatiche ha cercato metodi nuovi per farsi conoscere ed essere diversa dalle precedenti. Se fino ad allora la conduzione di una vasca era improntata su un aspetto “ossidante”, per potersi distinguere dalla concorrenza ideò alcune teorie, poi dimostratesi infondate. Venne fuori che le piante assumevano solo ferro ridotto, mentre le alghe solo ferro ossidato. Naturale allora che la nuova filosofia si incentrasse su vasche di tipo “riducente”, che favorissero esclusivamente le piante. Poiché il principale agente ossidante è proprio l’ossigeno, e questo viene maggiormente prodotto durante il picco di fotosintesi, si inventarono di bloccare quest’ultimo proprio nel mezzo, facendo nascere il famoso “buco delle due ore di fotoperiodo”, per poter tenere basso il principale responsabile dell’ossidazione. Una cosa simile si è vista, qualche anno dopo, in una famosa azienda giapponese dedita ai plantacquari spinti. Secondo il loro protocollo va disciolto in vasca un gas inerte per ridurre il valore redox dell’acqua.



    4) I NUTRIENTI DELLE PIANTE. MACRO E MICRO ELEMENTI, LUCE E CARBONIO


    I diversi fattori di crescita dovranno sempre essere ben bilanciati e proporzionati tra loro. Il concetto è ben esposto nella legge di Liebig (o legge del minimo), che recita: ”La crescita è controllata non dall'ammontare totale delle risorse naturali disponibili, ma dalla disponibilità di quella più scarsa”.
    Per spiegare il concetto si usa l’immagine di un barile con doghe di lunghezza diversa. La quantità massima di acqua che può essere contenuta è limitata dalla lunghezza della doga più corta. Ciò significa che, ipoteticamente, se la vasca è ricchissima di azoto ma carente di fosforo la crescita vegetale sarà limitata dalla quantità di quest’ultimo. In senso lato i fattori fondamentali per le piante (luce, macro e microelementi e carbonio) debbono essere bilanciati. Sarebbe assurdo caricare l’acqua di fertilizzanti se siamo carenti di luce, primo fattore per la fotosintesi, perché questi andrebbero a tutto vantaggio delle alghe. Cosi come non possiamo montare un parco luci da stadio senza pensare di erogare le giuste quantità di nutrienti.

    Macro e micro elementi

    Nel grande pool di sostanze che le piante necessitano per crescere, alcuni elementi hanno un ruolo più preponderante rispetto ad altri.

    I macro elementi sono: Azoto (N), Fosforo (P), Potassio (K), Calcio (Ca), Magnesio (Mg) e Zolfo (S). Questi sono indispensabili per la crescita vegetale e la loro carenza è il primo sintomo di uno sviluppo stentato.

    I micro elementi sono rappresentati da: Ferro (Fe), Manganese (Mn), Rame (Cu), Zinco (Zn), Molibdeno (Mo), Boro (B) e Cobalto (Co). Anche se richiesti in misura minore sono ugualmente importanti per una sana crescita vegetale.

    Altri elementi sono poi necessari solo in piccolissime quantità (tracce) come il Sodio (Na).

    Alcuni di questi elementi vengono definiti “mobili”, altri “immobili”, a seconda della capacità delle piante di poterli spostare o meno da un tessuto all’altro. Se un elemento mobile è carente la pianta riuscirà a spostarlo verso una foglia nuova a discapito di una più vecchia. Se notiamo un aspetto non ottimale delle foglie precedentemente sviluppate avremo una carenza da elementi mobili. Se, invece, saranno le nuove foglie a mostrare carenze saremo in presenza di una carenza da elementi immobili, che la pianta non riesce a spostare dalle foglie più vecchie.

    Tra gli elementi mobili annoveriamo: azoto, fosforo, potassio, magnesio e zinco.

    Elementi immobili sono invece: calcio, ferro, zolfo, manganese, boro e rame.

    Azoto e fosforo sono tra i principali nutrienti delle piante e, contemporaneamente, gli inquinanti maggiori di cui dobbiamo preoccuparci in un acquario di piante. Sebbene la loro introduzione tramite fertilizzanti sia appannaggio di acquariofili esperti, plantacquaristi spinti o in vasche con vegetazione preponderante sulla fauna, nella maggior parte dei casi saranno i pesci e il cibo introdotto a fornire alla vasca questi preziosi elementi.
    Ma se per azoto e fosforo il problema non si pone, per tutti gli altri elementi le carenze possono essere evidenti con conseguente crescita stentata della vegetazione sommersa.

    Ha senso fertilizzare sempre?


    No. O, quantomeno, non in modo spinto. Se abbiamo una vasca per pesci di acqua dura, come i Poecilidi, andare ad introdurre ulteriori elementi in un acqua già estremamente ricca di ioni può diventare controproducente. Se la conducibilità supera i 600uS (la maggior parte delle acque di rete) usare dei fertilizzanti di micro elementi non ha senso, poiché l’acqua ne sarà già ricca. L’assorbimento di alcune sostanze, poi, è strettamente legata a concentrazioni di altri elementi. Una eccessiva presenza di uno ione può fortemente impedire l’assorbimento di un altro elemento, con il risultato che l’eccesso rimane in colonna a tutto vantaggio della crescita algale. Non sono rare le vasche di acque dure, con discreto numero di pesci, che presentano una rigogliosa crescita vegetale in assenza di fertilizzazione diretta. Ciò però non vuol dire che le piante non trovino gli elementi a loro necessari: deiezioni di pesci, cibo introdotto e cambi dell’acqua periodici assicurano tutti gli elementi necessari alla vegetazione. Nella maggior parte dei casi comunque un fertilizzante generico a base di ferro servirà ai nostri scopi. Non utilizzate mai la dose consigliata ma partite sempre ad 1/5 rispetto a quanto riportato nell’etichetta. Si andrà poi, eventualmente, ad aumentare la dose in base alla risposte delle piante stesse.
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    Spesso incontreremo la dicitura “ferro chelato”. Cosa significa?

    Senza addentrarci troppo in discussioni di chimica, un chelante è una molecola che possiede una certa affinità per un metallo. L’esempio più lampante è l’EME, contenuto nell’emoglobina, che lega il ferro. Altro esempio a noi più congeniale sono i famosi biocondizionatori, che altro non sono che chelanti liberi che legano quei metalli presenti nelle acque di rete e che possono danneggiare i pesci. Esattamente: gli stessi metalli tanto utili alle piante possono essere tossici per la vita animale. Tutto dipende dalle concentrazioni degli stessi e fa riflettere sul ruolo fondamentale della vegetazione nel rimuovere gli inquinanti a tutti i livelli. Un elemento chelato resta disponibile alle piante anche in soluzione. Diversamente, prendendo l’esempio del ferro, verrebbe immediatamente ossidato e non sarebbe più disponibile per l’assorbimento fogliare. Immettendo degli elementi chelati li manteniamo disponibili per le piante (ma anche per le alghe). In alternativa, in commercio, possiamo trovare degli elementi gluconati. Questa è un’alternativa alla chelazione, ma molto più blanda. Il problema nasce dal momento che le piante devono utilizzare energia per strappare l’elemento dal chelante. Un elemento gluconato sarà più disponibile (e quindi più “pericoloso” perché anche le alghe possono prenderlo) e quindi andrà dosato in modo mirato e ridotto (vedi “picco di illuminazione”).

    Altri chelanti prodotti naturalmente negli ecosistemi sono i cosiddetti DOC (dissolved organic carbon), o carbonio organico disciolto. I DOC sono naturalmente presenti nei sistemi acquatici, in concentrazioni che vanno da 1mg/l fino a 30mg/l. Ogni mg di queste sostanze riesce a legare 1ueq di metalli, tenendolo a sé e riducendone la tossicità rispetto alla forma libera. I DOC altro non sono che amminoacidi (glicina, alanina..), zuccheri (malato, citrato..), polipeptidi, proteine e sostanze umiche. Il loro legame con i metalli previene il contatto di questi ultimi con la fauna e la flora acquatica. Se ciò è sicuramente positivo per i primi, lo è un po’ meno per i secondi. Anche in presenza di alte concentrazioni di un metallo, se questo è legato a delle sostanze organiche carboniose, una pianta non riesce ad assorbirlo.
    La differenza tra i chelanti naturali e quelli artificiali è il grado di legame con i metalli, ben conosciuto e documentato nelle sostanze di sintesi. Molecole come l’EDTA presentano una relazione definita tra concentrazione e capacità di assorbimento, oltre ad una “priorità di legame”, o affinità, che spiega come queste molecole preferiscano legarsi ad un metallo piuttosto che ad un altro. I chelanti artificiali servono come supporto ai sistemi di fertilizzazione e nei biocondizionatori. I chelanti naturali preservano la salute dei pesci e, spesso, vengono utilizzati per ridurre naturalmente le durezze (la torba trattiene ioni, dato il suo alto valore di CEC, riducendo KH e GH).

    Esiste un range di valori ottimali alla coltivazione di piante?


    Nella maggior parte dei plantacquari si tende a mantenere i seguenti valori: KH 6, GH 8, pH 6,8-7, PO4 1mg/l, NO3 10mg/l. Questi ultimi due valori è bene tenerli in rapporto di 1:10 (PO4-NO3). Ciò non vuol dire che debbano essere necessariamente a 1 e 10 mg/l (valori da riservare ai plantacquaristi esperti). Personalmente ho avuto analoghi risultati con meno problemi di alghe con valori dimezzati di 0,5-5 mg/l di PO4-NO3 (rapporto sempre 1:10). Se vogliamo riferirci ai valori standar (per vasche spinte) dovremo essere consapevoli che stiamo dedicando la vasca principalmente alle piante e dovremmo quindi scegliere pesci che vivono a tali valori.
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    Carbonio

    Il biossido di carbonio (CO2), o anidride carbonica, è molto più che un semplice nutriente per piante. Esso, disciolto in acqua, forma il più importante sistema tampone delle acque naturali:
    CO2 + H2O <-> H2CO3 <-> H+ + HCO3- <-> CO32- + 2H+

    Acque molto dure, con KH alto, contengono grosse quantità di bicarbonati (HCO3-) e carbonati (CO32-). Un sistema tampone è rappresentato da una soluzione che si oppone alle variazioni di pH dopo l’aggiunta di blande quantità di acido o di base. Ogni sistema tampone ha, inoltre, un range di pH in cui possiede la massima efficienza. In termini acquariofili acque con KH alto (>8) subiranno minime variazioni di pH se addizionate con CO2. Per questo motivo, se possediamo acque molto dure di rete, non potremmo utilizzare direttamente un impianto di anidride carbonica professionale; dovremmo prima ridurre le durezze con dell’acqua osmotica.

    La tabella seguente ricava, dato KH e pH, grazie alla reazione di equilibrio sopra, la quantità di CO2 presente nell’acqua della nostra vasca in mg/L (a volte si può trovare la dicitura ppm-parti per milione-che è equivalente a mg/L):
    La crescita di una pianta è fortemente limitata dalla quantità di CO2 presente. Se da una parte le piante emerse non hanno questo problema, poiché dispongono della CO2 presente nell’aria, la vegetazione sommersa è limitata dalla presenza in acqua di questo elemento. Anche se le piante acquatiche emerse hanno dimostrato di essere dalle quattro alle cinque volte più produttive delle stesse sommerse, la bassa produttività di queste ultime non è dovuta alla scarsa presenza di CO2 in acqua che, mediamente, ha una concentrazione tre volte superiore all’aria in molti sistemi d’acqua dolce. La scarsa crescita delle piante sommerse è dovuta al fatto che la CO2 diffonde 10.000 volte più lentamente in acqua che nell’aria. Se le molecole di questo gas non raggiungono le foglie le piante non riescono infatti ad assorbirla. Se paragoniamo la crescita delle piante acquatiche in termini di Kg di peso secco/m^2/anno le piante acquatiche sommerse presentano un valore di 1,7 contro i 7,5 delle stesse in stadio emerso (parlando solo di piante acquatiche in forma emersa o sommersa).

    I livelli di CO2 nell’acqua presentano intense variazioni durante l’arco della giornata, che possono variare da 0 mg/L a diverse decine di mg/L. In aree che presentano densa vegetazione già nelle prime ore del pomeriggio la quantità di CO2 può essere prossima allo zero. Queste estreme fluttuazioni spiegano perché le piante acquatiche non presentano quei sistemi enzimatici presenti nelle piante terrestri che possono contare su un continuum delle condizioni di luce e CO2 (e che presentano una crescita, in termini di peso secco, che può essere tre volte superiore alle piante acquatiche).
    Per competere le piante sommerse hanno sviluppato dei sistemi enzimatici molto dispendiosi dal punto di vista energetico, per poter catturare la CO2 il più velocemente possibile quando questa è disponibile.

    Ma quali sono le risorse di CO2 nell’acqua?
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    La principale fonte di anidride carbonica è la decomposizione. Materia vegetale
    morta, deiezioni, respirazione e smaltimento di varie sostanze organiche da parte dei batteri sono la causa della produzione della CO2. Nei casi in cui questa scarseggia le piante hanno sviluppato diversi metodi per ottenere carbonio:

    -Produzione di Malato: Alcune piante hanno sviluppato la capacità di convertire, durante la notte, (momento in cui la concentrazione di anidride carbonica è massima) la CO2 nel carboidrato malato, e utilizzare questo zucchero durante il giorno come fonte di carbonio.

    -Fissazione della CO2 respirata: I vegetali non solo producono ossigeno durante la fotosintesi, ma lo consumano durante il processo di respirazione, come qualsiasi animale, producendo CO2. Molte piante sono in grado di immagazzinare quest’ultima in strutture chiamate lacunae per poterla utilizzare a bisogno. Non è quindi vero che di notte le piante producono molta anidrire carbonica, poiché la trattengono per evitare di doverla assumere durante il giorno. Cosi facendo vengono risparmiate numerose energie, dal momento che l’assunzione e la rielaborazione della CO2 occupa gran parte del dispendio energetico di una pianta.

    -Utilizzo dei bicarbonati: In acque alcaline la CO2 disciolta è scarsa, mentre abbondano i bicarbonati. Circa metà delle piante acquatiche (e specialmente le specie che vivono in acque dure) hanno sviluppato ciò che viene definita “decalcificazione biogena”, ovvero la capacità di assumere carbonio dai carbonati e bicarbonati dell’acqua. Il genere Elodea spp. è famoso per attuare questa strategia con grande efficacia. Nel lungo periodo, infatti, se non si attuano regolari cambi d’acqua vedremo il KH della vasca calare progressivamente.

    -Utilizzo di CO2 del fondo: I fondi sono spesso molto ricchi di anidride carbonica. Ciò si deve ad un’intensa attività batterica. Molte piante, specialmente le specie di acque tenere con pochi carbonati disciolti, hanno sviluppato la capacità di assorbire CO2 tramite le radici. Benché l’assorbimento di tipo fogliare sia preferito, molte specie dotate di apparati radicali importanti assumono regolarmente parte del carbonio tramite radici.

    -Crescita aerea: Molte piante acquatiche, in risposta a cambiamenti dell’ambiente circostante o a periodici allagamenti/secche, emettono delle foglie aeree o, semplicemente, si adattano alla vita emersa. Numerose piante che normalmente teniamo in acquario non sono puramente acquatiche (per distinguere se una pianta è puramente acquatica o no la si tira fuori dall’acqua, se questa si affloscia vuol dire che è strettamente acquatica; in alternativa se resta turgida significa che può adattarsi alla vita emersa). Numerose sono, infatti, le specie che per alcuni periodi l’anno, durante le secce stagionali, vivono in semi-emersione. Altre, invece, raramente vivono sommerse, bensì lungo cascate o rive, con foglie emerse e radici immerse, in una sorta di paludario naturale, come il genere Anubias spp. Il grande vantaggio che queste piante hanno è quello di poter accedere alla CO2 atmosferica, praticamente infinita e costantemente in rapporto con le foglie grazie alla sua veloce diffusione in aria.

    Immissione di C tramite bombola


    Volutamente ho lasciato per ultimo questo metodo. Negli ultimi anni, in particolare con le tecniche avanzate di acquascaping, si è diffusa l’opinione, ormai piuttosto radicata, che non sia possibile coltivare con successo delle piante acquatiche senza l’ausilio indispensabile di un impianto professionale di CO2. Ciò non è vero, in quanto, tale attrezzatura è da riservare a chi voglia cimentarsi in gestioni “spinte” (in termini di luce, fertilizzanti e potature). Rimandando alla legge di Liebig un fattore unico, da solo, non basta ma, bensì, deve sempre essere bilanciato. Se vogliamo che le nostre piante crescano più velocemente rivediamo la tecnica in termini di luce, prima, e di fertilizzazione, poi.
    Se già possediamo un buon parco luci, ci siamo impratichiti con le linee di fertilizzazione e vogliamo avere un plantacquario da concorso, allora possiamo pensare ad un impianto professionale. Esiste anche la possibilità di produrre anidride carbonica tramite i comuni lieviti da panificazione, utilizzando un deflussore per flebo e una bottiglia di plastica. Sebbene il tutto ci venga a costare davvero pochi spiccioli, consiglio tale pratica solo a chi possegga acquari tra i 50 e i 100 litri, e comunque con piante non troppo esigenti. La discontinuità della produzione di biossido di carbonio da parte dei lieviti, dovuta a condizioni di luce, temperatura, saturazione del substrato ecc, fa si che non otteniamo dei valori stabili in vasca. Il risultato sono sbalzi repentini di pH in vasche troppo piccole e minime variazioni in vasche più grandi.

    Per concludere la CO2 in vasca è comunque presente, che la immettiamo o meno. Respirazione e deiezioni degli animali presenti in vasca, processi batterici (in particolare del fondo), decomposizioni, sono tutti elementi che apportano anidride carbonica in un ecosistema e in quantità sufficiente da assicurare una buona crescita vegetale. Nel caso di gestioni più spinte le richieste da parte della vegetazione aumenteranno. Valutiamo solo in questo caso l’acquisto di impianti professionali. Cerchiamo di mantenere circa 30ppm di CO2 in vasca, consapevoli delle richieste di macro elementi che ne seguirà. Concludo dicendo che immettere CO2 non è esente da rischi. Teniamo monitorati i valori tramite la tabella sopra per evitare di avere una concentrazione di biossido di carbonio troppo alta.
    IMG-20140715-WA0043.jpg


    5) ALGHE E PIANTE. COMMENSALI ALLO STESSO TAVOLO


    Se avere un plantacquario in salute e con una crescita rigogliosa è il sogno di ogni appassionato, veder ridurre la propria foresta sommersa, tanto desiderata, ridursi ad un “algharium” può essere estremamente frustrante e far desistere, dopo pochi tentativi, anche il più acerrimo plantacquarista.
    Il problema nasce dal fatto che, volendo rappresentarlo con un’allegoria, piante e alghe sono due squadre di commensali che mangiano allo stesso tavolo. Entrambi affamati, tutto ciò che viene posto loro davanti cercano di rubarselo a vicenda, con la differenza che le alghe sono molto più veloci delle piante e meno schizzinose. Come se non bastasse le alghe mangiano tutto ciò che trovano, anche le briciole, mentre le piante vogliono piatti ben fatti e non si accontentano degli scarti. Ora, immagini a parte, un’alga riesce a crescere anche in condizioni di scarso nutrimento. I rapporti di assorbimento dei macro e micro nutrienti (fattore che implica l’assorbimento di un nutriente a patto che un altro sia più o meno presente, come nel rapporto 1:10 dei fosfati:nitrati) sono molto meno limitanti, e anche le quantità da assorbire per produzione di tot peso secco di materia. Come se non bastasse le alghe presentano un miglior adattamento alle condizioni di luce, riuscendo ad assorbire lo spettro della luce in modo molto più vasto, rispetto alle piante sommerse, anche nelle frequenze del verde.

    E quindi? Dobbiamo rassegnarci a desistere di fronte alle alghe?

    No. Premesso che una minima parte di presenza algale è più che normale e aiuta il bilancio totale di una vasca in salute, i metodi per controllare un proliferare eccessivo di queste ultime sono diversi. Evitate l’uso di alghicidi e prodotti che promettono miracoli, il risultato sarà limitato al loro utilizzo e sicuramente di breve durata. Inoltre, la morte simultanea di tutte le alghe presenti in vasca, può portare alla liberazione, da parte di queste, di alcune tossine pericolose per la salute dei pesci. Nemmeno l’aiuto che possono darci alcuni animali come lumache, gamberi o pesci (non certo pulitori!) sarà di grande efficacia. Se è vero che le Caridine della specie japonica sono estremamente voraci di alghe, non è certo la loro introduzione massiccia che sistemerà la situazione.

    Ciò che possiamo concretamente fare per scongiurare una proliferazione algale è l’introduzione di numerose piante a crescita medio-rapida e il dosaggio bilanciato ma ridotto di fertilizzanti in colonna. Anche i valori presenti sono fondamentali: le alghe, infatti, presentano una crescita maggiore in acque dure e alcaline. Mantenendo un pH di 6,8-7,5 favoriremo le piante rispetto alle alghe. Anche una limitata presenza di ferro libero (Fe2¬+ e Fe3+, uniche forme che le alghe possono assorbire) è un grosso fattore limitante per la crescita algale. Ciò che veramente ci avvantaggia rispetto alle alghe è l’utilizzo di un buon fondo fertile. Nel fondo si vengono a creare le condizioni idonee per l’assorbimento dei nutrienti, separati dalla colonna d’acqua dalla ghiaia inerte. Cosi facendo riserveremo un “banchetto privato” ad uso esclusivo delle piante, senza che le alghe possano accedervi. Altro fattore non secondario è l’emissione di allelopatici da parte delle piante, che tratterò nel capitolo seguente.

    Quindi, in generale, la comparsa di una massiccia presenza algale deve farci riflettere sui motivi di questo fenomeno. Una vasca ben bilanciata, con crescita vegetale rigogliosa, fertilizzazione mirata, giusta quantità di luce difficilmente avrà troppe alghe. In alcuni zone della vasca, però, è normale che si formi qualche ciuffo di alghe nere o filamentose verdi. Non agitiamoci, fanno parte dell’ecosistema.


    6) I FONDI

    Il fondo è il vero motore di un acquario di piante. Assicura una scorta di elementi nutritivi ad uso esclusivo della vegetazione, provvede ad un ambiente idoneo al loro assorbimento e sostiene la crescita radicale. Una ricetta universale non esiste, poiché ogni fondo dovrebbe essere studiato in base al tipo di layout e di flora che andremo a inserire, ma alcuni caratteri generali possono aiutarci a prendere la decisione più idonea al nostro scopo.

    In linea di massima il substrato dovrà essere costituito da almeno due parti: il fondo fertile e la ghiaia inerte.

    Il primo dovrà avere caratteristiche tali da permettere una lenta cessione delle sostanze nutritive e, di conseguenza, poterle trattenere a sé; il secondo, invece, sarà posto sopra al primo e dovrà isolare la parte sottostante dalla colonna d’acqua, evitando che i nutrienti entrino in soluzione. In questo modo favoriremo selettivamente la crescita delle piante a discapito delle alghe.

    La ghiaia inerte dovrà, poi, rispondere anche a dei requisiti di “naturalità”, risultando piacevoli alla vista e “intonandosi” con il layout. Ottime sono tutte quelle ghiaie inerti, dai colori naturali. Preferiamo tonalità sul marrone, grigio e nero, evitando quarzi ceramizzati, traslucidi e policromi dai mille colori fantasiosi. Difficilmente troverete un ambiente naturale con un fondo di colore viola elettrico, blu o arancione. Oltre ad essere di cattivo gusto, tolgono naturalezza alla composizione e possono provocare riverberi di luce fastidiosi per la fauna. Per sapere quanti litri di ghiaia dovremmo acquistare facciamo un calcolo della base della vasca e moltiplichiamolo per l’altezza che desideriamo ottenere, il tutto in decimetri. Ad esempio in un acquario con base 1 metro*50 cm, per ottenere 5 cm di fondo moltiplicheremo: 10dm*5dm*0,5dm=25 litri.
    IMG_20140527_144315.jpg

    Sul fondo fertile apriamo una parentesi piuttosto ampia. In commercio esistono decide di prodotti a lenta cessione, addizionati a fertilizzanti e ottimi per la crescita radicale. I principali valori per giudicare se un terreno fertile sia buono o meno sono sostanzialmente due: CEC e il rapporto superficie/volume.
    IMG_20140527_150231.jpg

    La CEC, dall’inglese Cation Exchange Capacity, o CSC, indica la capacità di scambio cationico. Questo valore sarà maggiormente elevato quanto più un materiale sarà in grado, grazie alle cariche negative poste naturalmente sulla sua superficie, di catturare e tenere legati tutti quegli elementi carichi positivamente i cui maggiori rappresentati sono i metalli che formano i micro elementi, calcio, magnesio e ammonio. La “nuvola” di cariche positive che si viene a creare attira a se, poi, anche cariche negative. Tutti questi legami bloccano gli elementi che le piante utilizzano come fertilizzanti, rendendoli disponibili all’assorbimento da parte delle radici.

    Il rapporto superficie/volume indica quanto “spugnoso” è un materiale che, a parità di volume, presenta una superficie molto maggiore. Pensiamo a due sassi di egual forma e volume, uno liscio ed uno molto rugoso. Il secondo avrà una superficie molto più ampia del primo. E’ il caso dei canolicchi in vetro sinterizzato ultra porosi, ad esempio.
    Unendo materiali con un’alta CEC e un alto rapporto superficie/volume forniremo sicuramente un ottimo substrato fertile. Le scelte che il mercato ci propone sono tutte egualmente efficaci e presentano le sopranominate caratteristiche, affinché le piante possano crescere nel modo corretto.

    Se abbiamo voglia di sperimentare (e possediamo già una buona preparazione nella conduzione di una vasca di piante) possiamo pensare di utilizzare un fondo che, personalmente, mi ha dato degli ottimi risultati. Sono partito con una miscela 50:50 di terra da fiori e torba bionda di sfagno. Ho mescolato questo mix con un primo strato (5cm) di lapillo vulcanico molto grosso e posizionato nella parte inferiore della vasca. Lo stesso mix è stato poi mescolato con un secondo strato (4cm) di lapillo più fine. Come ultimo strato ho posizionato 2-3 cm di ghiaia inerte. Questo tipo di fondo possiede le caratteristiche idonee alla crescita vegetale, presentando una parte inferiore meno densa, per permettere l’insediamento di radici di piante grosse, e una parte superiore per radici più fini. La terra e la torba, mischiate, provvedono a fornire macro e micro elementi nutritivi e, data la particolare ricchezza che presenta, fornisce anche una notevole quantità di CO2 grazie ai processi batterici che ivi si instaurano. Un fondo di questo tipo ha la caratteristica di avere un costo irrisorio, di fornire elementi per un lungo periodo e di non dover somministrare troppi elementi in colonna. Di contro, però, rappresenta il “rischio” che il fondo entri in colonna. Optiamo quindi per piante con apparati radicali imponenti, come Echinodorus spp.e Cryptocoryne spp., e che non debbanno essere strapiantate. Chiaro però che questo discorso vale per un qualsiasi fondo fertile, anche se mi rendo conto che per molti acquariofili l’introduzione di terra da giardino nella loro vasca rappresenti ancora delle reticenze non indifferenti.

    Cavetto riscaldante

    Il famoso cavetto riscaldante altro non è che un piccolo cavo con all’interno una resistenza che produce una piccola quantità di calore. Posto nello strato più basale del substrato, a contatto con il vetro di fondo dove ivi è fissato tramite ventose, aiuta la circolazione dei nutrienti nel fondo. Il calore prodotto crea dei moti convettivi che favoriscono la diffusione degli elementi fertilizzanti. Questo ammennicolo tecnico è stato largamente discusso e sponsorizzato da molte case acquariofile. Alcuni appassionati però lo considerano del tutto superfluo. Il ragionamento che sta alla base del cavetto riscaldante non è privo di fondamento e, personalmente, ho visto risultati a volte notevoli grazie a questo. Chiaramente ci doteremo di cavetto come “ultima risorsa”, e solamente se intendiamo allestire una vasca con un fondo molto alto e fertilizzato per piante con apparato radicale importante. Questa dotazione tecnica sarà invece inutile in casi di fondi bassi, non fertilizzati o per pesci che scavano abitualmente nel fondale o che comunque lo smuovono (in generale tali specie non sono assolutamente raccomandate per un plantacquario spinto).


    7) GLI ALLELOPATICI

    Argomento molto discusso negli ultimi decenni, sembra attualmente aver preso una direzione comune. Gli allelopatici altro non sono che sostanze chimiche con effetto inibente sugli organismi presenti nell’ecosistema. Usciamo un attimo dalla nostra piccola vasca del salotto, e pensiamo che le piante in essa contenute non vi sono nate al suo interno. Così come i pesci che alleviamo, anche le piante sono frutto dell’evoluzione e dell’adattamento ai sistemi naturali a cui le abbiamo prese per la prima volta. La grande differenza tra un animale mobile ed un organismo immobile è che il primo, per difendersi usa le gambe o qualche arma che la natura gli ha donato; le piante, invece, utilizzano dei sistemi chimici.
    Che cosa succederebbe se due piante presenti in uno stesso stagno proliferassero a dismisura? Ridurrebbero i nutrienti e si coprirebbero a vicenda, con morte totale delle stesse. E se un animale le attaccasse? Dovrebbero restare, immobili, a farsi mangiare? Gli allelopatici hanno tre funzioni principali: inibire la crescita di altre piante, proteggerle da animali fitofagi e dalle malattie. Queste sostanze, che presentano un effetto sinergico (quando presenti insieme dimostrano un’efficacia molto maggiore rispetto alla loro singola attività), in alcuni casi hanno dimostrato di inibire fortemente la crescita di altre piante e alghe. E’ soprattutto per queste ultime che l’argomento è interessante. Evitando di apportare frequenti e consistenti cambi d’acqua alla vasca (a parità che le condizioni di inquinanti lo permettando) facciamo si che gli allelopatici si accumulino nell’acqua, aiutandoci ancora una volta a contrastare la proliferazione delle alghe.



    8) QUANTITA' DI CORRENTE IN VASCA E FILTRO. FATTORI MECCANICI NON SECONDARI


    La funzione primaria di un filtro è quella di assicurare una riserva batterica (parte biologica) che attui la nitrificazione (alla lunga tutto il sistema vasca diventa un filtro, in particolare il fondo) e una filtrazione meccanica più o meno fine. Se quest’ultima è sempre bene effettuarla, per rimuovere il particolato in sospensione, sulla prima ho delle riserve. I batteri nitrificanti e le piante si nutrono, insieme, di un grande macronutriente: l’Azoto (N), consumandone grosse quantità. Essi ossidano l’ammoniaca/ammonio, tramite due processi, in nitrati, di cui le piante si nutrono. Ma anche le piante stesse si nutrono direttamente di ammonio/ammoniaca, e con maggior beneficio. Assorbire nitrati, infatti, comporta un maggior dispendio energetico rispetto all’assorbimento dell’ammonio/ammoniaca, perché è in questa ultima forma che esse lo utilizzano, e non in forma di nitrato. Nel momento in cui assorbono i nitrati le piante devono ritrasformarlo in ammonio, con un grosso dispendio energetico. In presenza di pH neutri o debolmente acidi la quantità di ammoniaca (molto tossica) sarà decisamente bassa rispetto alla quantità di ammonio (meno tossico), in quanto la relazione di ammonio/ammoniaca è in equilibrio in funzione del pH. A valori idonei alla crescita delle piante dobbiamo preoccuparci relativamente di questa forma dell’azoto, anche perché con un acquario in buona salute sarà prontamente assorbito dalle piante e non rilevabile dai comuni test commerciali.
    IMG-20140715-WA0026.jpg

    Se valutiamo la progettazione di una vasca esclusivamente dedicata alle piante sconsiglio l’utilizzo di un filtro biologico (canolicchi) in quanto, date le premesse sopra, sarebbe controproducente. Che si vogliano o meno i batteri nitrificanti si insedieranno nella vasca e nel fondo, ma almeno ne avremo una popolazione minore. Il discorso è leggermente diverso se decidiamo di introdurre pesci. Per un lungo periodo ho tenuto una vasca ricchissima di piante con solo movimento dell’acqua, senza spugne ne filtro biologico, insieme a dei pesci e gli inquinanti erano pressoché zero. Valutate bene se operare in questi termini. Sappiate comunque che il filtro non sempre è così indispensabile, e non possiede certo proprietà miracolose.

    Ma qual è il giusto filtro per un acquario di piante?

    Tendenzialmente si crede che più grande sia il filtro meglio è. Sbagliato. Un filtro deve sempre essere in rapporto al volume netto della vasca, al suo arredo e al volume dei materiali filtranti. Indicativamente il volume del filtro deve corrispondere al 10% del litraggio lordo della vasca. Il volume biologico, invece, al 5%, sempre del volume lordo della vasca. Questi parametri valgono, in linea generale, per un acquario “standard”, con presenza di vegetazione e fauna bilanciate. Se ci spostiamo verso un allestimento con fauna preponderante sarebbe bene aumentare tali parametri, mentre si abbassano notevolmente se la flora predomina. La portata della pompa, invece, deve sempre essere in rapporto di 100 volte superiore al volume del materiale biologico. Così facendo si assicura un buon apporto d’acqua a batteri ottenendo una buona efficienza nitrificante.

    Un filtro per plantacquario dovrebbe far circolare l’acqua in rapporto di 2-3 volte il litraggio lordo della vasca/ora. Per calcolare il volume lordo si deve tener conto, al momento dell’inserimento dell’acqua la prima volta che si riempie la vasca, di quanti litri immettiamo. Questo valore sarà inferiore al litraggio netto (si misura moltiplicando tra loro altezza*larghezza*profondità in decimetri) in misura di quanti arredi e dall’altezza del fondo che andremo ad inserire. La portata effettiva del filtro la misureremo riempiendo un recipiente con volume conosciuto (una bottiglia d’acqua ad esempio) tenendo conto del tempo, e calcoleremo quanta acqua gira in un’ora.
    Se possediamo una vasca con litraggio netto di 100 litri, ad esempio, un buon filtro dovrebbe contenere 10 litri di volume d’acqua, con 4-5 litri di scomparto biologico, e una portata oraria effettiva non superiore ai 500 litri/ora (la portata effettiva è sempre inferiore alla portata della pompa per l’intasamento e la resistenza del flusso). Se nella stessa vasca, però, siamo invasi dalle piante e con solo una coppia di pesci, possiamo ridimensionare notevolmente il filtro, il quale dovrà contenere solo 1-2 litri di materiale biologico e una pompa non superiore ai 250 l/h.


    9) PIANTE PER BIOTOPO. HA SENSO PARLARNE?

    Alla luce di quanto descritto fin’ora la risposta è un Ni. Se da una parte otteniamo un mero esercizio di “stile acquariofilo”, decidendo di inserire solo vegetazione tipica di un dato luogo, dall’altro seguiamo delle “direttive” che madre natura ci dona.
    Spesso, e a ragione, l’acquariofilo attento si intestardisce con i valori corretti di allevamento delle specie animali che ha deciso mantenere nel proprio acquario; ma quasi mai si dà peso ai corretti parametri di mantenimento delle specie vegetali. Un ecosistema non è basato solo sulla quantità di nutrienti o sui valori, ma da tutti i fattori biotici e abiotici come: temperatura, luce, movimento della corrente, nutrienti, specie autoctone ecc. Cercare di procurare una certa variabilità di temperatura, nel corso dell’anno, ha effetti molto positivi in specie di piante che subiscono tale variazione anche nei corsi d’acqua d’origine. Ciò permette un certo stato di quiescenza nella stagione “fredda”, per tornare più vigorosa appena questa finisce. In alcuni corsi d’acqua sub tropicali, in alcune zone dell’Argentina ad esempio, il range di temperatura durante l’anno va dai 18°C a circa 30°C. Così com’è importante per i ciclidi di quelle zone subire la variazione stagionale, anche le piante ne beneficeranno.
    photo1(1).jpg

    Altro motivo non secondario nell’introdurre piante che provengono dagli stessi habitat è la resistenza crociata agli allelopatici. Vegetazione che si è evoluta in natura nelle stesse zone ha sviluppato una maggior resistenza alle sostanze allelopatiche prodotte da altre specie vegetali. Se gli effetti della stretta convivenza possono essere relativi, tra due piante che condividono lo stesso habitat, potrebbero divenire maggiori per piante particolarmente autoctone di zone geografiche molto distanti tra loro. Quindi è più che normale se, in una vasca, una data specie non vuol saperne di crescere, anche se nella vasca affianco è divenuta rigogliosa (a parità di condizioni trofiche).


    10) CONCLUSIONI

    Sia che vogliamo semplicemente creare un buon habitat per i nostri pesci, o che vogliamo dedicare il nostro tempo nell’allevamento delle piante, ciò che troviamo in questo articolo può aiutarci nella nostra impresa. Valutiamo bene a tavolino la strada che vogliamo intraprendere e muoviamoci di conseguenza. Se la vasca dovrà ospitare un certo tipo di fauna informiamoci sul tipo di habitat naturale che occupa, e le condizioni in cui vive. Alcuni pesci si trovano più a loro agio in mezzo ad una densa vegetazione. Altri, invece, mal si addicono ad una foresta di piante. Se la nostra tecnica è limitata rapportiamoci ad essa, evitando di intraprendere strade già fallite in partenza. Una pianta considerata semplice non porta necessariamente insoddisfazione, anzi. Starà all’acquariofilo attento creare un layout armonico e piacevole all’occhio. Se invece vogliamo “spingerci oltre” procuriamoci in primis una buona plafoniera e prendiamo mano con linee di fertilizzazioni base. Man mano che acquisteremo sicurezza potremmo pensare di utilizzare fertilizzazioni avanzate e utilizzo di CO2.
    Ultima modifica di Jefri; 29-09-2014 alle 21:45
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  2. #2
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    Bene ragazzi, ecco a voi il frutto di più di un mese di lavoro, rubato nel poco tempo libero, e di anni di esperienza e ricerche personali.

    Quasi sicuramente ci saranno delle parti da ritoccare e rivedere. Discutiamone insieme prima della pubblicazione

    L'articolo ve l'ho messo nudo e crudo, senza foto e tabelle, proprio per agevolare eventuali ritocchi.

    A voi!
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  3. #3
    Nutria anziana L'avatar di Ale87tv
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    ho letto un paio di paragrafi e mi pare molto buono!!
    So responsabie de queo che digo, no de queo che te capissi ti!

  4. #4
    Nutria mannara L'avatar di Jefri
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    Fatte un paio di modifiche
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  5. #5
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    Aggiunta di qualche foto.. almeno il mattone diventa più leggibile

    Se qualche utente ha piacere di inviarmi qualche foto, la metta pure qui sulla discussione che poi la inserisco:)
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  6. #6
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    su illuminazione c'è un errore "led t5" al posto di "neon t5"
    So responsabie de queo che digo, no de queo che te capissi ti!

  7. #7
    Nutria mannara L'avatar di Jefri
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    Corretto;)
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  8. #8
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    Complimenti, spiegato veramente bene...

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